E la famiglia…finalmente si unì

Sottotitolo : … E ci voleva sto cavolo di flagello per farlo.

Capitolo 1. La coppia

Quando faccio gli incontri via Skipe con i clienti, per mantenere il ritmo delle sessioni di coaching, una delle prime cose che viene fuori è la convivenza forzata con il/la partner. Marito, moglie, compagno/a o come lo vogliamo chiamare.

E’ incredibile perché quasi sempre la frase standard è: “ Va bene sai non credevo. Dopo la prima settimana l’avrei ammazzato/a davvero. Adesso non c’è male”. Oppure “Non eravamo minimamente abituati a stare così tanto insieme , adesso abbiamo…abbastanza …. imparato”.

Lo stesso mi capita quando, con le infinite app che la tecnologia santissima ci ha messo a disposizione, parlo con le amiche. Durante le videochiamate passa il marito che mi fa un saluto e prende un boccone di quello che lei sta preparando per cena. Oppure quelle che fotografano il marito, costretto a casa, severo che digita sulla tastiera del pc pianificazioni improbabili in quest’epoca folle.

In tutto questo, negli sguardi, nel tono di voce, c’è sempre, sotto un filtro falsamente irritato, una grande dolcezza.

E il mio cuore, insaziabile di serenità, sorride.

Ancora. Stando a casa noi donne ci prendiamo cura della casa e dei suoi piombati abitanti. Anche qui noto che piace. Paradossalmente non sento dalle persone con cui dialogo il bisogno di tempo per sé, ma avverto il piacere di essere donna nel senso generoso del termine. Ricorda calore, focolare? Non so a voi. A me sì.

Ancora. Prima potevamo fuggire dagli aspetti dell’altro che non ci piacevano. Scappavamo al lavoro, in palestra, a fare shopping o tra le braccia di qualche mirabolante amante, notoriamente più comprensiva/o e sensibile. O no? Ci rifugiavamo nelle nostre convinzioni che ci mostravano come l’altro fosse cattivo/a e privo di rispetto , mentre noi eravamo tutti candidati alla santità. Ora no. Non si scappa . Si sta lì. E lì succedono 2 cose. La prima è che si sopporta. La seconda, che è una conseguenza della prima, è che  si accetta. Quando si accetta non c’è più bisogno di scappare. Quello è. Inoltre, visto che non si può scappare, cerchiamo insieme di andare più d’accordo.

Ho pensato che quello che facevano le convenzioni sociali all’epoca dei miei genitori,che ti facevano stare lì, ora lo fa il virus.

Poi c’è un altro aspetto importantissimo. E uso la frase più banale del mondo: l’unione fa la forza.

Abbiamo tutti paura del domani . Tutti. Perché sta roba si è insinuata dentro di noi come una livella, come diceva Totò. Paura di contrarre il virus. Paura di non avere più il lavoro. E allora guardiamo negli occhi la persona che ci sta accanto con la domanda “ insieme ce la faremo?” e ci sorprendiamo nel trovare un complice. Le donne ragionano di meno sul loro individualismo a fatica conquistato e sulla loro autonomia economica come punto di forza. Sentono il bisogno di solidità e lo cercano atavicamente nell’uomo che sta loro accanto. E l’uomo può finalmente dopo anni di enorme confusione provare a darglielo.

Capitolo 2. I figli

I nostri ragazzi. Grandi o piccoli che siano. Quelli che vivono con noi ci gironzolano intorno in cerca di spiegazioni. In cerca di qualcosa di buono da mangiare. In cerca di un genitore finalmente presente e, scusate se la vedo da donna, di una mamma finalmente presente.

Davvero , che gli uomini non me ne vogliano, ma noi mamme siamo state, per tutte le ragioni più che giustificabili, le vere grandi assenti nella vita dei nostri figli. Non ripercorro le ragioni di questo , perché le conosciamo tutti, ma credo che i nostri ragazzi vedendoci , tra congedi, ferie forzate e smart working, a casa si sentano un po’ più rassicurati rispetto agli enormi punti interrogativi che nel loro profondo non consapevole avvertono.

Credo che noi mamme rappresentiamo quella solidità per loro, che gli uomini, ora , a loro volta rappresentano per noi donne.

Siamo così sicuri che i nostri figli, se potessero mettere sulla bilancia da un lato la presenza costante di un genitore e dall’altro la vita di prima fatta di tremila attività quotidiane, oggi sceglierebbero la seconda? O faceva comodo a noi che scegliessero quella, per essere più liberi noi nel fare la nostra vita?

Quesito scomodo. O , come si dice nel coaching, domanda potente.

Poi ci sono i figli a distanza. Un esercito trascurato, ma lì bello presente. Sono i figli dei separati che in questo periodo di residenze forzate stanno a casa di uno dei due genitori, senza potersi recare dall’altro perché dimenticati dall’odioso modulo di autocertificazione.  Ma si può?! O i ragazzi che studiano all’estero e che, per vari motivi, non sono rientrati in Italia. Sono i ragazzi dell’Erasmus che a frotte hanno cercato di sensibilizzare negli altri Paesi ciò che stava accedendo da noi e li esortavano a non commettere gli stessi errori. O i ragazzi che hanno scelto un’ autoquarantena per stare a casa dei nonni per dargli una mano!

Anche qui con l’aiuto delle meravigliose App , le videochiamate quotidiane sono diventate qualcosa di diverso da prima. Non c’è più la domanda: “ Cosa hai fatto oggi? “ e la conseguente,  svogliata ed inevitabile risposta: “ … niente. Il solito.” Ma c’è la voglia di dirsi: “ Sono qua. Ci sono” dove sotto nel non detto c’è: “ Sono preoccupato/a . Riguardati. Ho tempo di guardare insieme a te il tuo futuro”.

E il puzzle così, pian piano, comincia a ricomporsi. Abbiamo fatto i bordi e stiamo riempiendo gli spazi fino al centro.

Capitolo 3. I genitori anziani.

E’ il centro. E’ il mio tallone di Achille. Il mio punto delicato. E’ quello dove non riesco a trattenere le lacrime, nonostante io sia molto fortunata. I miei genitori , che sono molto anziani,  hanno accanto mia sorella che li cura e si occupa di loro. Stanno bene. Tuttavia nella loro fragilità, vedo quella di tutta la loro generazione. Sono spariti in un colpo i loro limiti, che la psicologia ci ha fatto etichettare su ogni singolo loro comportamento. Chi se ne frega. Ci hanno allevato, ci hanno amato, ci hanno dato valori solidissimi. E anche qui le chiamate, no videochiamate, visto che molti sono tecnologicamente ultra refrattari, sono diverse. Li si chiama per volerli sentire davvero, non per routine. Per guardare, metaforicamente, le foto ingiallite e un po’ spiegazzate  di quando noi figli o i nipoti erano piccoli. Per creargli nel ricordo la sicurezza della vita. Abbiamo un dovere profondo : farli sentire importanti perché loro lo sono.

E con questo tassello la famiglia secondo me oggi si guarda con un occhio diverso. Più profondo e si sente più unita e gli egoismi di ognuno si sono sfumati.

Un po’ come dice il Tao: dove c’è il buio cè la luce. Dove c’è l’ombra c’è il sole…. Dove c’è distanza c’è UNIONE.

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lorenza
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Sono Lorenza Girotti, coach specializzata in Life e Business Coaching. Mi occupo di crescita personale e aiuto i miei clienti a costruire il futuro che desiderano nella vita e nel lavoro e li sostengo nell'attivare le risorse necessarie affinchè quel futuro diventi realtà. Grazie ad una lunga e significativa esperienza professionale maturata a fianco di imprenditori e manager, ho fondato il progetto My Coach che utilizza un metodo concreto ed orientato al risultato.