Une belle histoire

Diario di una leonessa di 86 anni che ha sconfitto il Covid.

Questa è una bellissima storia dei nostri giorni e, anche se il cielo è grigio e la neve scende un po’ indecisa, oggi il mio cuore ha ritrovato la sua leggerezza di sempre.

Nell’ultimo mese ho provato tante di quelle emozioni che descriverle tutte è impossibile. Una cosa è certa che se oggi parlo di Covid, cosa che non ho mai fatto in tutti questi lunghi mesi, in questo momento ne parlo a ragion veduta.

Mia mamma, quella deliziosa persona che arrivava nel vialetto di casa mia con la sua auto ( Del tradimento e dintorni , cit ) , ha cominciato a sentirsi male l’ultima settimana di ottobre . Onestamente non pensavamo al Covid, non perché a noi non ci potesse capitare, ma semplicemente perché siamo sempre stati attentissimi con lei che, oltre ad essere anziana, soffre di malattie respiratorie ed ha problemi al cuore.

Dopo una settimana che faticava a respirare, le facciamo fare una Tac e l’esito, pur essendo chiarissimo, non lo vogliamo vedere. Perché è questo quello che succede: è una malattia insidiosa e pericolosa e come tale la neghi e ti vuoi convincere che non ci sia.

Mi impunto e non voglio mandarla in ospedale per non perderla, non voglio mandarla là da sola, non voglio lasciarla là da sola. Ma il medico mi chiede se sono pazza. E comincio a ragionare.

Il giorno del suo 86 esimo compleanno il 118 fa il suo mestiere e la preleva da casa. Iniziano 2 giornate da incubo. Lei parcheggiata da sola in un Pronto Soccorso murato di gente , separata dagli altri solo con un tendino, senza la possibilità di telefonarci. Mia sorella che si occupa di mio padre a casa, smarrito, senza la sua guida. E io che faccio, devo fare, corro, devo correre avanti ed indietro dal Pronto soccorso. La mia amica Monica mi dice al telefono che sono un guerriero e la mia strada è combattere, ma in questa situazione devo accettare di essere impotente.

Nell’attesa di uno di questi pellegrinaggi al PS , tra le sirene delle ambulanze che arrivano e la gente che tossisce parcheggiata qua e là, sento un’infermiera del triage che risponde al telefono mantenendo la calma e dice con la persona dall’altro capo della fibra ( oggi si può ancora dire del cavo?) : “faccia come vuole .. si lamenti  pure con la D’Urso. Per me non è un problema “ Ok . Mi viene da ridere.

Finalmente in un corridoio contrassegnato dallo scotch a strisce bianche e rosse, che separa il mondo dei sani da quelli segnati, incontro una dottoressa, di quelle ultra bardate che si vedono in Tv. Crollo, la imploro di mandare mia mamma almeno in un reparto, di toglierla da quel delirio dove ormai staziona da 48 ore, ma non ci sono posti. La guardo profondamente nell’unica fonte di contatto che ho a disposizione: gli occhi. E’ una ragazza giovane, sensibile che lavora da quasi 12 ore. So che farà di tutto per aiutarci. E lo fa.

Quella stessa sera, mentre vago per i corridoi dell’ospedale alla ricerca di mia madre , per capire dove l’abbiano trasferita, incontro per caso gli occhi di quella dottoressa. Li riconosco. Non è più bardata. Ha una divisa ordinaria. Unico segnale di riconoscimento: il segno lasciato sulla fronte dalle visiere di plastica che indossano. Ho imparato che quando implori qualcuno negli occhi, quegli occhi non li dimentichi più. La fermo e la ringrazio per tutto il lavoro che ha fatto con la mano sul cuore. Forse lì le hanno salvato la vita.

Finalmente arriva la prima telefonata di mia mamma. Lei, con la voce affannata, ma serena. Siamo tutti lì, figlie e nipoti intorno a quel telefono. Ognuno a dire le cose più carine e divertenti che ci vengono in mente.

I giorni successivi sono difficili. Hanno nonostante ciò la loro routine. Diventiamo esperte di saturazione, cardiopatie dilatative, di quanto una tac sia più o meno opaca dopo il Covid, di quanti litri di ossigeno al minuto ti dicono se sei o non sei grave. Le dottoresse mi chiamano con regolarità. Sono il mio tranquillante quotidiano. Sono gentili, discrete, tanto preparate e pazienti. Le ringrazio continuamente. Questo mi da poi l’energia di chiamare mia mamma e farle un po’ da figlia e un po’ da coach. Per farle assaporare le piccole conquiste di ogni giorno.

Imparo cosa sia veramente l’attesa. E le persone che mi stanno accanto mi fanno capire che la mia forza è anche la capacità di far vedere la mia debolezza. Cavolo è mia madre , mi tolgo la maschera di quella che smonta e rimonta tutto e semplicemente in quell’attesa piango. E mi rendo conto che quel legame, che nella vita di tutti i giorni, per educazione, per abitudine, non riesci a manifestare, in realtà sia vero e tanto radicato nel profondo. Di quanto quel legame sia presente nelle nostre viscere. Madri e figli. La storia del mondo.

E lei come reagisce in tutto questo periodo? Lotta, combatte. Decide che quello non è l’ultimo posto che vedrà. Nonostante le persone accanto a lei muoiano. Non lo vuole dire, ma lo sussurra piano. Nonostante la trasferiscano di reparto in reparto. Per un anziano ogni cambiamento costa tante volte di più che ad un giovane, ma lei ritrova sempre la sua serenità. Trova ogni volta qualcosa di positivo intorno a lei. Si dà giorno per giorno un obiettivo nuovo. Oggi calare l’ossigeno rispetto a ieri. Riesce ogni giorno a parlare di più al telefono e si fa capire nonostante non possa mettersi la dentiera. Brutto tasto, vanitosa com’è. Legge. Ha sempre il comodino pieno di libri. Glieli prestano le infermiere perché quelli che le avevamo dato da casa erano un po’ tristi e visto l’ambiente … dice lei, meglio pensare ad altro. Forse la vita se l’è salvata lei con la sua tempra e la sua lucidità.

La trasferiscono, visti i progressivi miglioramenti, in una struttura Covid a bassa intensità. Lì c’è l’ennesimo ostacolo, quello forse per lei più impegnativo da superare. I malati Covid stanno allettati un sacco di tempo e quelli anziani hanno dei grossi problemi a rialzarsi. Lei non si alza perché ha paura. Paura di cominciare nuovamente a non respirare. Tutto al telefono, grazie ad un energico e fantastico primario di quel reparto, la facciamo alzare facendo leva sul suo orgoglio. Il dott Bertoletti mi manda il video della sua prima camminata col deambulatore e capisco chi è mia madre. Quel video, che faccio girare alle mie persone care, ha un grande impatto emotivo su chi lo vede. Capisco che motiva. Scioglie. Mia sorella finalmente si lascia andare. Altre persone pensano “ se ce l’ha fatta lei che è anziana e con un sacco di problemi ce la faccio pure io”. E’ per questo che ho pensato di scrivere questo racconto.

Ieri è tornata a casa. Nel suo letto. Con un appartamento ripensato alla sua nuova mobilità. Con la sua consueta grinta. Tra le persone che ama e che la amano. Come esempio di vita per noi e per i suoi nipoti.

Grazie mamma. Penso che sia la lezione più bella che ci hai impartito.

Grazie a tutti i medici e agli infermieri che l’hanno assistita.

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Sono Lorenza Girotti, coach specializzata in Life e Business Coaching. Mi occupo di crescita personale e aiuto i miei clienti a costruire il futuro che desiderano nella vita e nel lavoro e li sostengo nell'attivare le risorse necessarie affinchè quel futuro diventi realtà. Grazie ad una lunga e significativa esperienza professionale maturata a fianco di imprenditori e manager, ho fondato il progetto My Coach che utilizza un metodo concreto ed orientato al risultato.